fare della buona letteratura con l' argomento sessuale. Così, senza volerlo, ci ha fornito un documento e, forse, qualche cosa di più di un documento, di quello che oggi potremmo chiamare la «permissività» del Rinascimento italiano.
Lo stesso va detto della satira del costume. Indubbiamente il quadro della società italiana dell'epoca dipinta dall' Aretino è catastrofico. L'Aretino sarebbe, dunque, come alcuni pretendono, un flagellatore della corruzione rinascimentale, un giudice moralistico della decadenza italiana? Probabilmente non è né l'una né l'altra cosa. Robustamente, sfacciatamente incosciente, l'Aretino, in realtà, partecipa troppo di quella corruzione e di quella decadenza per oggettivarla al modo severo e consapevole di un satirico e di un moralista. Addirittura, viene il sospetto che l'indizio più importante che la società e /' Italia descritte dall' Aretino fossero davvero corrotte e in decadenza è l'angosciosa anche se non angosciata baldanza con la quale lo scrittore affronta questi suoi foschi temi. Se non fosse arbitrario adoperare per il passato le formule che servono nel presente, si potrebbe parlare a questo punto di una alienazione, di una nevrosi dell'Aretino.
Ma l' Aretino è pur sempre un narratore straordinario, che nel Cinquecento è superato solo dal Cellini. Il suo realismo è del genere picaresco; gli aneddoti vivacissimi inseriti nei Ragionamenti illustrano tutti una visione della vita ispirata alla necessità, come appunto nei romanzi spagnoli che hanno per eroe il picaro. Il cibo, la roba, il denaro, i panni, insomma, la sopravvivenza, vi hanno la massima importanza. Qui secondo noi bisogna cercare la verità dell'Aretino. Ci sono stati due Rinascimenti, l'uno fastoso e signorile, l'altro sordido e plebeo. L'Aretino ha fornito una testimonianza sconcertante e inconfutabile sul secondo. È vero, è stato un testimone incapace di giudicare, anzi sovente partecipe e complice; ma con uno sguardo eccezionalmente limpido, minuzioso ed esatto, anche se inerte.
ALBERTO MORAVIA
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